I Jaina si dividono prevalentemente in due Scuole principali:
Digambara e Svetambara.
I Digambara (= “vestiti di cielo”) sono gli asceti che hanno rinunciato
completamente al mondo materiale: vivono assorti nella contemplazione cosmica e
non possiedono più nulla, né casa, né famiglia, né lavoro, e neppure la ciotola
e l’abito; essi possiedono unicamente la scopa per spazzare il terreno prima di
camminare, coricarsi e sedersi, per non nuocere alle piccole creature, e la
pezzuola sulla bocca per non uccidere i batteri dell’aria. Questi asceti vivono
del cibo offerto in elemosina, che ricevono nel cavo della mano, digiunano, non
parlano, stanno ritirati in grotte o nei boschi, soprattutto da quando i
musulmani e gli inglesi bandirono la nudità dall’India. I Digambara vengono
spesso ridicolizzati dagli occidentali, poiché, ad un giudizio superficiale,
rappresentano una totale perdita di contatto con la realtà.
Per annullare il proprio corpo e ampliare la propria percezione dell’universo,
gli asceti digiunano, non parlano, stanno ritirati in solitudine, cercano di
espandere la sfera dell’extrasensorialità e della percezione immediata ed
intuitiva.
Per l’asceta Jaina, protrarre in modo consapevole il digiuno fino a morire di
fame (Sallekana) è la massima prova del rispetto verso ogni forma di vita, a
sacrificio della propria.
Gli asceti Digambara vivono in India.
Sia Digambara che Svetambara sono generalmente molto colti avendo praticato lo
studio delle Scritture per lunghi anni; generalmente le monache Svetambara sono
insegnanti.
Gli Svetambara sono i monaci vestiti di un abito bianco; essi possiedono una
ciotola per elemosinare il cibo e l’acqua, la scopa, un bastone ben stagionato (affinché
non rinchiuda più alcun principio di vita) e la pezzuola per coprirsi la bocca.
Gli Svetambara sono indifferentemente uomini e donne, con una larga maggioranza
di queste ultime.
Gli Svetambara vivono sia in India che in alcune altre parti del mondo,
prevalentemente nel nord America.
Sia i Digambara che gli Svetambara, oltre a non cibarsi di animali, si astengono
anche da cipolle, patate, germogli, carote, poiché estirpandoli dalla terra si
uccide definitivamente la pianta togliendole la possibilità di continuare a dare
frutto; evitano il pane lievitato e i cibi fermentati; non mangiano miele,
raccolto mettendo in pericolo la vita delle api; bevono l’acqua entro
quarantacinque minuti se è stata filtrata ed entro ventiquattro ore se è stata
bollita, altrimenti la vita potrebbe rinascere. Elemosinano il loro nutrimento
dai laici senza danneggiare la natura, come le api, che succhiano il nettare
spostandosi sempre senza arrecare danno ai fiori e senza avvizzirli.
Tutti loro si attengono liberamente a queste regole come massima manifestazione
di riguardo e di riverenza nei confronti della vita, qualunque forma essa
rivesta.
Nel Jainismo le donne rivestono, da sempre, un ruolo importante: le Saddhvi (monache
Jaina) hanno accompagnato Mahavira fin dagli inizi della sua predicazione e
formano una delle più antiche e rispettabili comunità religiose dell’India,
attualmente due volte più numerosa di quella degli uomini.
Mahavira (sesto secolo a.C.) fu il primo Saggio Jaina a noi conosciuto, ma la
tradizione dei Saggi Jaina è precedente e si perde nella notte dei tempi; Egli
enunciò i principi che avrebbero consentito a ogni individuo di raggiungere la
Liberazione, proponendo due strade: una ascetica, che prevede la stretta
osservanza delle regole, e una laica, non vincolante per quanto riguarda la
castità e la proprietà. Il Saggio Mahavira non si considerava il fondatore del
Jainismo ma il prosecutore di un’antichissima tradizione spirituale che Egli
riprese completandola.
Il predecessore di Mahavira è il Saggio Parswanath (ottavo secolo a.C.); prima
di loro vi furono innumerevoli altri Saggi Tirthankara. Solo gli ultimi
ventiquattro Saggi sono noti al mondo, anche se si conosce il nome del fondatore
mitico di questo sistema filosofico, il capostipite delle scienze e delle arti,
della divinazione e dell’astronomia, dell’Ahimsa, della metafisica e dell’etica,
dell’alchimia e della logica: il Saggio Rsabhadeva.
I fondatori del Jainismo, i ventiquattro Tirthankara (= “Costruttori del ponte”
o “Costruttori del guado”), elaborarono nel corso dei secoli dottrine basate su
Ahimsa, uguaglianza, Nonviolenza, Compassione.
I Saggi “Costruttori del ponte” ci indicano la via verso la purificazione; tale
cammino può essere intrapreso da ciascuno attraverso il proprio sforzo
individuale, nella direzione della propria anima, che è essenzialmente pura,
eterna, perfetta e increata.
Gli ultimi tre Saggi sono Neminath, Parsvanath e Vardhamana Mahavira, agli
ultimi due dei quali viene riconosciuta personalità storica.