Vardhamana (= “Colui che si accresce”) Mahavira (= “Grande
Eroe”) visse nel sesto secolo a.C. contemporaneo di Siddhartha Gautama – il
Buddha-: entrambi si ribellarono al rigido sistema delle caste e giunsero alla
conclusione che per raggiungere la felicità non c’è alcun bisogno
dell’intermediazione dei preti: ogni essere umano può trovare da solo e dentro
sé stesso la divinità e la via verso la salvezza.
Come Siddhartha anche Mahavira era figlio di un raja; crebbe nel lusso e nei
piaceri, ma a trent’anni abbandonò la casa paterna per ritirarsi in solitudine a
meditare sulla salvezza dell’anima e a raccogliere gli insegnamenti dei Saggi
che l’avevano preceduto.
Ancora nell’ottocento non era chiara, per l’occidente, la linea di demarcazione
tra il Buddismo e il Jainismo; alcuni sostenevano che il Jainismo fosse una
Scuola all’interno del Buddismo, altri ritenevano, al contrario, che il Buddismo
fosse di derivazione jainista.
In seguito venne finalmente approfondita e chiarita l’origine storica delle due
diverse Dottrine.
Sia Buddha che Mahavira presero le distanze dal sistema vedico a causa dei riti
sacrificali che comportano l’uccisione di animali e a causa della divisione in
caste.
Dei Veda i Jaina accettano la teoria del karma (anche se ritengono che l’uomo
non subisca passivamente il proprio karma ma ne sia la causa diretta e possa
agire su di esso per modificarlo) e la teoria della reincarnazione, e rifiutano
gli altri aspetti dottrinali.
A differenza del Buddismo (dove non c’è un’anima individuale ma un ‘io-Tutto’ -Anatman-)
nel Jainismo ogni individuo è dotato di un’anima propria (Atman) che è attiva
nel processo della sua stessa Liberazione. Altra differenza sostanziale è che
nel Jainismo la mortificazione del corpo è un passaggio indispensabile per
ottenere la Liberazione e la rifusione nell’Assoluto, mentre Buddha, dopo aver
seguito gli asceti e mortificato il corpo per anni, scelse di abbandonare quella
direzione per cercare la ‘Via di mezzo’.
Nella devozione dei Jaina i fedeli non domandano ai Tirthankara nulla per sé
stessi e nulla si aspettano dalla venerazione dei “Costruttori del ponte”:
ritengono infatti che i Saggi vivano nel proprio splendore, oltre le umane
sollecitazioni, e non oserebbero importunarli. L’isolamento dei Saggi è al di
sopra di qualsiasi sentimento; Essi non possono essere sfiorati dalle umane
richieste; attraverso la contemplazione e l’adorazione dei Saggi, il discepolo
si avvicina gradualmente alla purificazione che, però, non ottiene per il loro
diretto intervento, poiché i mezzi per l’evoluzione spirituale sono già tutti
insiti dentro l’individuo stesso.
I Tirthankara sono per i Jaina gli Indicatori della via da percorrere: Essi non
furono esseri divini né soprannaturali, ma uomini e donne come tutti noi che,
grazie ai propri sforzi personali, riuscirono a raggiungere l’Illuminazione e la
Liberazione.
Pur essendo nato come reazione al brahmanesimo, il Jainismo è molto aperto
all’ecumenismo: infatti, in molti templi Jaina, si trovano statue di divinità di
altri culti.
I Jaina contrastano le superstizioni che popolano l’India e tutti quei riti
tradizionali praticati dai fedeli di altre religioni i quali ritengono che,
dall’esecuzione formale di quelle pratiche, possa derivare un qualche
miglioramento.